01 Settembre 2010

Un anno dopo.

Negli occhi della sconosciuta vedo

le movenze che t'appartenevano,

la maniera in cui posavi la schiena

alla colonna e piegavi il ginocchio

il piede a cercare appoggio al muro

le spalle che cercavano riposo.

Lei è te in ogni gesto, persino

nella sigaretta in bocca e nel modo

di spegnerla col piede sul cemento.

Anche la finestra tra gli incisivi

è la stessa che bucava il tuo viso

e questa somiglianza mi spaventa.

 

E così ti rivedo dove non sei,

solo perché ti voglio rivedere

e quando ti ritrovo nei gesti altrui

dimentico i gesti che facevi tu.

 

 
11 Aprile 2010

Vienna, anni fa.

 

 

Il ventisei marzo milleottocentoventisette a Vienna diluviava. Veniva letteralmente giù il mondo: sulla città s'abbatteva implacabile una pioggia densa, tanto densa che quasi sembrava che qualcuno, dall'alto, si stesse divertendo a rovesciare enormi secchi d'acqua sui tetti, sui passanti, sulle strade e sulle carrozze. Un fulmine dietro l'altro l'altro squarciava il cielo ed illuminava i vicoli forte, sempre più forte, fortissimo. Una sequenza interminabile, appena uno veniva a tacere ecco che subito un'altro copriva il silenzio che in cui la città sperava di esser nuovamente caduta. Sperava.

Il ventisei marzo di quell'anno era la notte perfetta.

 

La gente si rintanava nelle case, sotto i porticati, al sicuro coperta dalle navate delle chiese e si stringeva per darsi forza. Perché mai la fine del mondo a Vienna era sembrata tanto imminente. La gente urlava, scappava, correva, invocava i Santi e lo Spirito del Cristo Redentore. Alcuni giuravano di averlo addirittura già visto per le strade cittadine, ammantato di porpora e circondato di luce divina, a giudicare i passanti, a resuscitare i morti e giudicare anche loro, a radunare il suo divino esercito della salvezza eterna. Il panico signori, uomini che si gettano in lacrime davanti ai portali delle cattedrali, dame che si strappano i capelli e le parrucche. Il Sovrano che, nel suo palazzo, non riesce a prendere sonno.

Il ventisei marzo milleottocentoventisette viennese era la notte perfetta.

 

Era l'unico momento possibile.

Era quello, da cogliere, da far proprio, da ipotecare per sempre.

Come poteva resistere un animo tanto romantico a cotanta romanticheria?

 

Dalla finestra polverosa del suo attico - della sua mansarda rosa dai ratti - Ludwig Van Beethoven guardava la pioggia inondare il mondo. La guardava e ne ricordava lo scrosciare. La guardava e immaginava di potersi trovare là sotto e non mezzo paralizzato in quel letto putrido con nessuno attorno a fargli compagnia. Persino Schubert se ne era andato, alla fine, e l'aveva lasciato lì, da solo, in cerca della morte. Franz Schubert era un bravo lavoratore, Ludwig lo sapeva bene e si rammaricava di averlo scoperto e conosciuto così tardi, così vicino all'ora fatale. Se l'avesse incontrato ai tempi dell'Eroica o della Pastorale, quando ancora era in grado di capire cosa stesse schiacciando e suonando al pianoforte, forse avrebbero potuto collaborare. Al diavolo, anche tre mesi prima sarebbe bastato, giusto tre mesi, prima che lo cogliesse quella maledetta polmonite che tanto l'aveva debilitato. Ludwig era scorbutico, era solitario, era la mano di Dio che scrive sul pentagramma. Doveva rimanere solo: aveva vissuto solo, aveva composto solo, sarebbe morto da solo. In silenzio.

Sembra davvero la notte perfetta.

 

I tuoni fanno vibrare i vetri, Ludwig non se ne accorge. Chiude gli occhi e aspetta. I tuoni sono i timpani, i vetri che rimbombano sono i piatti, la pioggia è un rullante incessante. Il mondo è la sua Decima Sinfonia, solo ora lo capisce. Per questo non era riuscito a scriverla, per questo non sapeva come completarla: l'aveva fatta da subito, inconsciamente, per gioco. Mancava solo la sua firma, la sua firma in calce.

 

Il nitrito dei cavalli delle carrozze è il fragore dei tromboni e degli altri ottoni che aprono il movimento, prima delicati e poi violenti, violenti come non mai, freddi, metallici, veloci e sfuggenti. Il legno delle carrozze che batte sul selciato è lo scheletro ritmico del contrabbasso, rumori e suoni bassi e costanti, quasi impercettibili tanto ne siamo abituati. Il vociare dei passanti è l'altare degli archi, l'energia ed il colore della variopinta umanità. I più grandi e massicci uomini sono i violoncelli, le matrone e le signore e le madri di famiglia sono le viole, i bambini e le fanciulle sono i violini. Gli animali sono i fiati, i legni. Il gatto che cammina sulla grondaia sopra al tetto è il clarinetto, si muove a passi rapidi ed energici, dà brio a tutta la composizione. I colombi, i gufi e le civette sono rispettivamente gli oboi, i controfagotti ed i fagotti. Strumenti che in una orchestra nemmeno pensi ci siano tanto sono delicati. Non si fanno sentire, stanno là sotto in basso, nelle fondamenta, e tutti insieme tessono il tappeto su cui si stende tutto il resto. La pioggia e gli altri eventi atmosferici lavorano alle percussioni, per dare profondità ad un mondo che altrimenti sarebbe troppo piatto. Ludwig è disteso nel letto ma sente tutto, sente tutto chiaramente. Eccola la musica che aveva cercato per anni, eccola la ragione della sua esistenza, eccola scritta innanzi a lui la sua Decima Sinfonia.

Usa tutte le forze che ha e si mette a sedere nel letto, busto eretto, come sulla predella di un teatro. Agita le braccia in direzione dei suoi strumenti e la natura tutta lo sa ascoltare. Un tuono ogni volta che abbassa un braccio, un nitrito ogni volta che si gira verso la finestra e via dicendo. Signori è tutto perfetto, tutto perfetto davvero.

E grigia la folta capigliatura si muove al ritmo della Decima Sinfonia mentre Ludwig si rammarica di non avere più tempo, non avere tempo per andare in giro nel mondo e portarla a tutti. Sarà un segreto che morirà con lui, purtroppo.

E dirigiamo la tempesta e le frotte e le nubi e le piogge e gli animali!

Eccola è completa.

La notte è perfetta.

Ludwig Van Beethoven alza i pugni al cielo e urla, urla vincitore.

È la sua notte.

 

È la notte perfetta per morire.

 
04 Aprile 2010

Cosa ci fa un gabbiano in una città senza mare?

In Happy Family c'è una scena da circa 5 minuti - forse meno - che vale l'intero prezzo del biglietto. Non che il film sia brutto, anzi. Ma quei pochi secondo dipingono una realtà che ho sempre sotto gli occhi con una luce nuova che mi garba tantissimo. Senza motivo, senza un perché. È un po' la stessa sensazione che deve provare un newyorkese quando guarda Manhattan e riconosce in bianco e nero i luoghi in cui è cresciuto e li trova diversi, ovattati, silenziosi. Così per me è stato coi navigli, con la piazza di Sant'Eustorgio e con tutti gli altri scampoli di Milano che Salvatores riprende nel film.

E Milan l'è 'n gran Milan

E quindi anche io ora mi sposto con gli occhi al cielo e lo cerco quel gabbiano. E il giorno che lo vedrò come Ezio mi chiederò che cosa ci fa lì.

Perché sarà pur vero che la vita non ha una trama ma, forse, è meglio così.

 
24 Marzo 2010

13 minuti.

 

Ho solo 13 minuti e per riempirli mi affido a queste paginette.

Perché se davvero il Media è il messaggio allora non importa che io scriva, non importa cosa scriva, qualcuno comunque leggerà.

Ciao, quindi, lettore, mi spiace deluderti ma questo post sarà totalmente vuoto. Sarà composto di caratteri a caso che hanno solo lo scopo di riempire i minuti che mi restano, 11 in questo momento. Bella cosa le attese, vero? Le ho sempre amate, mi mettono di buon umore verso le cose: se tutto quello che voglio dovesse arrivare subito dove sarebbe il divertimento? È bello aspettare talvolta, è bello contare i minuti che mancano. Ora sono solo dieci.

Voli imprevedibili ed ascese velocissime.

È da ieri sera tardi che mi ripeto sempre la stessa domanda. La risposta non credo arriverà mai, mai davvero.

Vorrei capire perché siamo stati progettati in questo modo, voglio capire perché sentiamo i profumi, perché vediamo la luce, perché sentiamo i suoni ma invece non percepiamo i raggi gamma. La domanda viene da sola:


Sono solo il mio DNA?

 
18 Marzo 2010

Kolnidur - che ben non so cosa voglia dire ma n'amo il suono

T'ha preso infine Poeta la morte 

che tanto invocavi quand'eri vivo

e Napoli intera è inchinata alla tua

ultima e rocciosa eterna casa.

Gran posto t'hanno scelto sai, Giacomo,

circondato sei dalle tue ginestre

che ancora nei primi giorni di marzo

non han voglia di mostrarsi e sbocciare.

E nel piombo del cielo e della pioggia

ocra e solida si staglia la Tomba

e sopra io siedo e sopra riposo

gustando il silenzio che t'onora.

 

E qui seduto imito le strofe

e gli endecasillabi tuoi e il tuo metro

perché nient'altro posso fare qui oggi

se non arrendermi alla tua memoria

perché mai t'ho apprezzato fino in fondo:

troppe volte t'ho pensato debole

e vigliacco perché tu t'arrendevi

ancor prima d'iniziare a lottare.

Immerso dentro al tuo mare, Giacomo,

in cui tanto beatamente tuffavi 

la persona e le inadeguatezze

davvero mai smetterò di nuotare.

 

Eppur tanto diverso non ti sento

ed ecco perché non mi voglio alzare:

il futuro mi spaventa e il progresso

anche di più e com'anche a te era successo

è per Amore e per Morte che la Penna

muove sulla carta e sulle mie gambe

e urla la sua preghiera d'inchiostro

e intona un canto soffocato d'ansia.

Il respiro è accelerato e la schiena

trema e la voce vacilla quando

fermo la mano e rileggo i versi

che tu solo sotto di me m'ispiri.

 

E a che cosa serve Dio quando esiste

un posto come la tua sepoltura

che muove e rimescola tutto dentro

e annulla persino il rumore del treno

che passa qui vicino alla stazione

di via Mergellina e prova a coprire

la quiete che impone il monumento

e l'ossa tue e quello che scrivesti.

Giacomo, ho camminato oggi infinite

strade napolitane per finire

qui da te per aspettar la sera

e mi vedi? Mi senti tu sconvolto?

Vedi la mia penna che trema e il tratto

che ogni secondo si fa più indeciso

e tutta l'anima che vibra intera

solo perché il corpo è sulla tua Tomba?

 

E scriverò come te su lapidi

ché niente muove lo spirito come

la spinta che viene dal cadavere

di chi grande fu nei giorni passati.

E la tua tomba è la prima, Giacomo:

t'appartengono le parole prime

con cui inauguro la mia ricerca

della vita. E a che cosa serve Dio

se posso conservare il ricordo

del giorno in cui scrissi dov'è Leopardi

e rimasi due ore prima d'andare

scattando per me una fotografia?

 

5/03/2010

Napoli, seduto sulla tomba di Giacomo Leopardi

 
19 Febbraio 2010

Canta che ti passa la paura

Una vita è troppo poco. Una vita sola non mi basta. Se conti bene non sono neanche tanti giorni. Troppe cose da fare, troppe idee. Sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni? ...perché penso che è passato un altro giorno. Dopo mi commuovo, perché penso che sono solo. Un puntino nell'universo. I tramonti mi piacerebbe vederli con mia madre, e con una donna che amo. Invece le notti mi piacerebbe passarle da solo; da solo, magari con una bella troia, che è meglio che da solo. C'e n'è ancora di quella roba che ha lasciato il Turco?

 
09 Gennaio 2010

Recherche

 
04 Gennaio 2010

Do you remember when we found Misery?

Camminavo per le strade di Forlì sotto la neve e avevo una matta voglia di scriverne. E ora non ne ho più.

 

Alla fine non c'è molto da dire: nevicava fuori e io camminavo sotto la neve. Nelle orecchie avevo i REM. Tutto qui.


Leit Að Lífi

 
31 Dicembre 2009

Iusadelò (titolo meramente onomatopeico)

Come ogni anno l'anno finisce.

Metto su un disco evocativo, senza parole, leggero, delicato, educato, islandese.

Come ogni anno.

 

E ci si ritrova seduti dove s'era l'anno prima a scrivere qualcosa perché oggi bisogna scrivere qualcosa. Di diverso abbiamo l'esperienza.

Esperienza è il nome che diamo ai nostri errori.

E se chiudo gli occhi e mi lascio trascinare da questo disco che amo così tanto lo rivedo tutto questo 2009.

 

Rivedo il capodanno da Giuda.

Rivedo lo studio infinito per l'esame di Bosisio.

Rivedo quella ragazza che ho conosciuto il giorno di Bosisio e che si sarebbe sposata di lì a tre giorni.

Rivedo quella tormentatissima storia con quella tormentatissima ragazza.

Rivedo il mio mondo milanese crollarmi addosso, seppellirmi, deridermi.

Rivedo Lei che m'uccide, rivedo lui che mi tiene fermo mentre m'accoltella.

Rivedo Morelli che mi chiama e mi dice che sì, sono stato preso davvero.

Rivedo la morte e la resurrezione, la svolta, la nuova vita.

Rivedo il mio compleanno a Forlì, in Accademia, rivedo la mia casa forlivese e Paola, la donna dell'agenzia immobiliare.

Rivedo gli addii, i saluti, le lacrime.

Rivedo i Tradimenti, gli oblii.

Rivedo le infinite ore di lezione, i libri, gli aeroplani, il simulatore. Rivedo la strada in bicicletta sotto il sole d'agosto.

Rivedo l'estate pugliese, i concerti, la notte di Ferragosto.

Rivedo il funerale di Sally, la tomba di Sally, le lacrime per Sally.

 

Ed è sempre il solito silenzio, ed è sempre la solita vuota routine: se non fosse il 31 non starei scrivendo e questi pensieri che ho tutti i giorni li terrei per me, intimi, preziosi.

 

Eppure si scriva, si scriva e si scriva ancora.

 

E si pianga e si rida e si soffra delle proprie miserie: l'anno è finito, domani si cambia, domani si vive, domani.

 

E sono ancora in piedi, nonostante tutto.

Sempre in piedi.

Sempre.

 

Brindo a voi amici miei che ancora mi state accanto,

brindo a voi colleghi e fratelli,

brindo a voi sconosciuti e stranieri.

 

E brindo soprattutto a voi che mi volete male.

Perché in verità l'inferno e il paradiso non esistono: ce li portiamo dentro ovunque andiamo.

 
18 Dicembre 2009

E fu così che cominciammo a darci dei nomi.

 Finalmente me ne vado un poco in vacanza.

In questi giorni ho pensato troppo, ho dormito troppo poco.

Però, in fondo, ci piace così. 

Certo, come no?

 

A Forlì, di tanto in tanto nevica.

 
09 Dicembre 2009

La vita è oltre la vita.

Vita è trovare la propria città come mai la s'aveva vista.
Vita è ascoltare ancora la stessa canzone, e ancora e ancora.
Vita è rendersi conto di quanto sia inutile la vita.
Vita è pepretrare la vita oltre la vita.


Fu in quel momento che Emmi raggiunse una verità che avrebbe tenuto tanto cara per tutto il resto della sua vita: il vero trionfo della morte è la vita, il vero trionfo della vita è la morte. Si vive per morire, si nasce per morire, si muore per vivere. Se non si morisse non si vivrebbe nemmeno, se non si chiudessero gli occhi non si sarebbe capaci di aprirli, se non si sapesse sognare non si potrebbe capire quello che è reale. E il trionfo della vita è laddove si è tenuti a credere si trovi il trionfo della morte: di fronte all’estrema nemica, di fronte a Thanatos e al suo operato non è la morte a trionfare ma la vita. La vita di chi continua a vivere e, dopo il lutto, trova in ogni singolo avvenimento nient’altro che l’espressione di qualcosa di più grande di cui si ha la certezza di fare parte. E sorride. La morte è il Trionfo della Vita, la Vita che reagisce, che si scuote, che sa ammirare tutto quanto. La Vita che sorride.

 
04 Dicembre 2009

Uno, centouno, centomila immagini di me.

È qualche giorno che ho dei seri problemi coi sogni. Mi turbano.
Soprattutto non mi piace sognare in lingue che non sono la mia.

Il fuoco purifica, dicono.
E chi vuole intendere intenda.

Dopo quasi due mesi ho rimesso oggi la maglietta dei Marlene:
Quale realtà può figurare la combinazione magica ideale?

 
16 Novembre 2009

Me ne ricordo solo due. Erano di più.

Due scoregge, una piange.
Perché piangi?
Il mio ragazzo m'ha mollata.

Due cazzi vivono assiem, uno si sta preparando per uscire; è nervoso.
"come mai così teso?"
"Vado in università"
"E allora?"
"Ho un orale."



Era il 7 gennaio del 2007, di lì a poco avrei dato il mio primo esame. Linguistica generale, con Giacomelli.
Eri seduta in braccio a me, io ero teso forse ancor più del membro della barzelletta. Mi guardavi e ridevi. Ti guardavo e t'imploravo di calmarmi.
Hai detto: "ti racconto una barzelletta sconcia."

Sembra ieri, eppure me n'ero scordato. Dovevo proprio scavare a fondo nel vecchio blog per ritrovare questo piccolo aneddoto. E appena letto delle barzellette m'è tornato in mente tutto, sai Sally? I corridoi bui di glottologia, il freddo infernale che faceva, il diluvio che stava distruggendoci i timpani. E persino l'incontro con la mia prof di matematica delle superiori, poco dopo.


E questa foto, adesso, prende significati ancora nuovi. Te la ricordi?

 
14 Novembre 2009

Do Robots dream of electric sheep?

La mia coinquilina per questo fine settimana è tornata a casa sua, a Udine, e mi ha lasciato in custodia la sua tartarughina. Un esserino di quattro centimetri quadrati che passa le sue giornate a mangiare gamberetti secchi e a poltrire su un sasso che spunta oltre il pelo dell'acqua della sua vaschetta.

Adesso è accanto a me, dorme.
Muove ritimicamente la testa avanti e indietro, la ritrae nel guscio e poi la spinge fuori. Ha gli occhi chiusi, per il resto è immobile: dorme.
Mi chiedo se per caso sta sognando.

Mi chiedo cosa stia sognando.

 
02 Novembre 2009

Espressioni di settembre

Ciao Sally,

I computer dell'accademia sono lenti e obsoleti, dei veri reperti archeologici che non so quale astuta mano dirigenziale ha voluto metter qui. Il loro effetto lo fanno bene però, tanto son lenti nemmeno ti viene la voglia di usarli e, se per caso dovessi averla, fa in fretta a passare. Molto in fretta.
Purtroppo per loro però - e meglio per me - non hanno quelle orribili tastiere che avevano i computer del bronx lab di festa del perdono. E allora scrivo.
Da dirti ho poco se non che t'ho finalmente portato la castagna. Ma lo sai.
Son arrivato da te e non c'era nessuno. Ma lo sai.
Mi son fermato a guardare le foto. Ma lo sai.
Mi sono guardato piangere in uno specchio di neve. (Scusa, hai ragione, non devo piazzare de André dentro un discorso così, a tradimento.)

E ho pensato, mentre ti stavo davanti e ti guardavo, che però De André davvero aveva ragione. Non mi ricordo se ti ho mai parlato di "disamistade", è una sua canzone molto carina che non ho mai ascoltato a fondo, in "anime salve" Mi s'è avvicinata una signora - lo so che lo sai, non interrompere - mi s'è avvicinata una signora e s'è messa in piedi accanto a me, accanto a te, al monumento accanto. Forse era il marito, forse un amico, forse un fratello. NOn lo so, tu? Mi s'è avvicinata e, dopo aver lasciato la sua tomba, t'ha mandato un bacio, te l'ha posato sulla foto. Non so, la conoscevi? Non so chi fosse ma mi ha sollevato, mi ha fatto piacere, mi ha fatto sentir meglio. E non so perché.
E allora ho cominciato a guardare l'altra gente che divideva con me quel cimitero ed ero il più giovane, il più giovane davanti alla tomba della più giovane. E allora ho guardato tutti quanti e ho visto alcuni che sorridevano, altri che salutavano, altri che beatamente si vedeva non volevano stare lì.
E ho guardato le date, non tanto quelle di morte quanto quelle di nascita e ho letto dei numeri meravigliosi: 1621, 1902, 1899, 1931, 1919. E poi 1986 che tanto meraviglioso non era.
E allora quasi ho urlato che non era giusto, non era giusto, non è giusto.
Io non dovevo essere là, tu non dovevi essere là e là tutti gli altri dovevano sentirsi come mi sentivo io in quel momento: non dovevano sorridere ai loro conoscenti, non dovevano intrattenere i bambini, non dovevano fare nulla in assoluto se non stare fermi ed esser funzione mia e tua.

Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.

Allora ho chiuso gli occhi e ti ho sognata. Ed eri bella come allora.
Ma questo lo sai.

Ho provato a scriverti una poesia ma non ci sono riuscito, questo non so se lo sai.

Uscendo guardavo il cielo, uscendo da lì pregavo come due mesi fa.

"Tu non esisti Dio, ti ha inventato l'uomo. Ti ho inventato io.
In quanto mia invenzione ti ordino di esistere.
Io ti prego Dio, esisti."

 
31 Ottobre 2009

Si è rotto il Re.

Non avete idea di quanto sia bello essere il più grande essere senziente nella sala del cinema.

There is one in all of us.

 
24 Ottobre 2009

Buonasera Fratello, buonasera

Oggi ho deciso che parlo con te.
Il random di iTunes - che dio lo fulmini - mi passa quella extraterrestre versione di Echoes che viene dal quintuplo vinile che ti regalai per il tuo ventunesimo compleanno. Converrai con me che è normale che ti pensi adesso, Fratello, visto che è passato da poco un anno da quel giorno.
Quante cose sono cambiate, vero?

Caro Fratello, ascolto questa canzone e ho nostalgia di quello che eri. Eri.
Caro Fratello, ascolto questa canzone e ho ribrezzo di quello che sei. Sei.

 
22 Ottobre 2009

. . .

Godspeed you, black emperor.

 
17 Ottobre 2009

Finally we are no one.

Perché, giustamente, anche se ci sono tre gradi si deve infilare il ghiaccio sotto le magliette dei propri compagni. Perché le cose normali non ci piacciono. Perché son buoni tutti a sopravvivere ma chi sa vivere davvero?
Perché quelli normali non li vogliamo.

 
13 Ottobre 2009

Un mese dopo

Ti penso e sorrido.

 
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