11 Aprile 2010

Vienna, anni fa.

 

 

Il ventisei marzo milleottocentoventisette a Vienna diluviava. Veniva letteralmente giù il mondo: sulla città s'abbatteva implacabile una pioggia densa, tanto densa che quasi sembrava che qualcuno, dall'alto, si stesse divertendo a rovesciare enormi secchi d'acqua sui tetti, sui passanti, sulle strade e sulle carrozze. Un fulmine dietro l'altro l'altro squarciava il cielo ed illuminava i vicoli forte, sempre più forte, fortissimo. Una sequenza interminabile, appena uno veniva a tacere ecco che subito un'altro copriva il silenzio che in cui la città sperava di esser nuovamente caduta. Sperava.

Il ventisei marzo di quell'anno era la notte perfetta.

 

La gente si rintanava nelle case, sotto i porticati, al sicuro coperta dalle navate delle chiese e si stringeva per darsi forza. Perché mai la fine del mondo a Vienna era sembrata tanto imminente. La gente urlava, scappava, correva, invocava i Santi e lo Spirito del Cristo Redentore. Alcuni giuravano di averlo addirittura già visto per le strade cittadine, ammantato di porpora e circondato di luce divina, a giudicare i passanti, a resuscitare i morti e giudicare anche loro, a radunare il suo divino esercito della salvezza eterna. Il panico signori, uomini che si gettano in lacrime davanti ai portali delle cattedrali, dame che si strappano i capelli e le parrucche. Il Sovrano che, nel suo palazzo, non riesce a prendere sonno.

Il ventisei marzo milleottocentoventisette viennese era la notte perfetta.

 

Era l'unico momento possibile.

Era quello, da cogliere, da far proprio, da ipotecare per sempre.

Come poteva resistere un animo tanto romantico a cotanta romanticheria?

 

Dalla finestra polverosa del suo attico - della sua mansarda rosa dai ratti - Ludwig Van Beethoven guardava la pioggia inondare il mondo. La guardava e ne ricordava lo scrosciare. La guardava e immaginava di potersi trovare là sotto e non mezzo paralizzato in quel letto putrido con nessuno attorno a fargli compagnia. Persino Schubert se ne era andato, alla fine, e l'aveva lasciato lì, da solo, in cerca della morte. Franz Schubert era un bravo lavoratore, Ludwig lo sapeva bene e si rammaricava di averlo scoperto e conosciuto così tardi, così vicino all'ora fatale. Se l'avesse incontrato ai tempi dell'Eroica o della Pastorale, quando ancora era in grado di capire cosa stesse schiacciando e suonando al pianoforte, forse avrebbero potuto collaborare. Al diavolo, anche tre mesi prima sarebbe bastato, giusto tre mesi, prima che lo cogliesse quella maledetta polmonite che tanto l'aveva debilitato. Ludwig era scorbutico, era solitario, era la mano di Dio che scrive sul pentagramma. Doveva rimanere solo: aveva vissuto solo, aveva composto solo, sarebbe morto da solo. In silenzio.

Sembra davvero la notte perfetta.

 

I tuoni fanno vibrare i vetri, Ludwig non se ne accorge. Chiude gli occhi e aspetta. I tuoni sono i timpani, i vetri che rimbombano sono i piatti, la pioggia è un rullante incessante. Il mondo è la sua Decima Sinfonia, solo ora lo capisce. Per questo non era riuscito a scriverla, per questo non sapeva come completarla: l'aveva fatta da subito, inconsciamente, per gioco. Mancava solo la sua firma, la sua firma in calce.

 

Il nitrito dei cavalli delle carrozze è il fragore dei tromboni e degli altri ottoni che aprono il movimento, prima delicati e poi violenti, violenti come non mai, freddi, metallici, veloci e sfuggenti. Il legno delle carrozze che batte sul selciato è lo scheletro ritmico del contrabbasso, rumori e suoni bassi e costanti, quasi impercettibili tanto ne siamo abituati. Il vociare dei passanti è l'altare degli archi, l'energia ed il colore della variopinta umanità. I più grandi e massicci uomini sono i violoncelli, le matrone e le signore e le madri di famiglia sono le viole, i bambini e le fanciulle sono i violini. Gli animali sono i fiati, i legni. Il gatto che cammina sulla grondaia sopra al tetto è il clarinetto, si muove a passi rapidi ed energici, dà brio a tutta la composizione. I colombi, i gufi e le civette sono rispettivamente gli oboi, i controfagotti ed i fagotti. Strumenti che in una orchestra nemmeno pensi ci siano tanto sono delicati. Non si fanno sentire, stanno là sotto in basso, nelle fondamenta, e tutti insieme tessono il tappeto su cui si stende tutto il resto. La pioggia e gli altri eventi atmosferici lavorano alle percussioni, per dare profondità ad un mondo che altrimenti sarebbe troppo piatto. Ludwig è disteso nel letto ma sente tutto, sente tutto chiaramente. Eccola la musica che aveva cercato per anni, eccola la ragione della sua esistenza, eccola scritta innanzi a lui la sua Decima Sinfonia.

Usa tutte le forze che ha e si mette a sedere nel letto, busto eretto, come sulla predella di un teatro. Agita le braccia in direzione dei suoi strumenti e la natura tutta lo sa ascoltare. Un tuono ogni volta che abbassa un braccio, un nitrito ogni volta che si gira verso la finestra e via dicendo. Signori è tutto perfetto, tutto perfetto davvero.

E grigia la folta capigliatura si muove al ritmo della Decima Sinfonia mentre Ludwig si rammarica di non avere più tempo, non avere tempo per andare in giro nel mondo e portarla a tutti. Sarà un segreto che morirà con lui, purtroppo.

E dirigiamo la tempesta e le frotte e le nubi e le piogge e gli animali!

Eccola è completa.

La notte è perfetta.

Ludwig Van Beethoven alza i pugni al cielo e urla, urla vincitore.

È la sua notte.

 

È la notte perfetta per morire.

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